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  • mcenerini

"Beautiful minds": breve viaggio nella mente di un interprete


Non esiste al mondo macchina più affascinante del cervello umano e, dato che la tendenza dell'R&D in materia di automazione (tra cui la machine-translation) è esponenziale, mi pare opportuno riproporre in questa sede le riflessioni del giornalista della BBC, Geoff Watts, tratte da un suo articolo di qualche tempo fa, che inizia così:


“I computer più potenti al mondo non possono realizzare una traduzione simultanea accurata. Eppure gli interpreti ci riescono con disinvoltura”. (Traduzione nostra)


Raccontando l’esperienza della propria visita al quartiere generale londinese dell’IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale, il giornalista trae spunto dall’egregio servizio di interpretariato fornito da due professioniste durante una conferenza in inglese e spagnolo per descrivere le funzioni neurologiche di un cervello umano impegnato in questa attività nonché le ultime scoperte scientifiche in tale ambito.


Ad oggi non è chiaro come un interprete possa tradurre simultaneamente da una lingua all’altra senza smettere di ascoltare il messaggio originale, rielaborarne le informazioni e tradurle con precisione nella propria lingua (in passiva) o in attiva. Come afferma Geoff Watts, nel cervello di un interprete sono in atto così tante funzioni che è estremamente difficile capire da dove iniziare ad analizzarlo, sebbene gli esperti si siano concentrati di recente sulla regione cerebrale del nucleo caudato. Di per sé non preposto all’elaborazione del linguaggio, il nucleo caudato è noto agli studiosi per le sue capacità di coordinamento e per il ruolo che ricopre a livello decisionale e intenzionale. L’ipotesi è avvalorata dal fatto che, mentre i computer traducono per automatismo e con risultati scadenti, gli interpreti devono cercare di identificare il messaggio e tradurne il senso e l’intenzione. Pertanto, se è vero quanto ipotizzato dalle più recenti teorie neuroscientifiche, secondo cui le nostre abilità più sofisticate non dipenderebbero da singole aree specializzate del cervello, bensì dalla rapidissima interconnessione tra aree di controllo più globali e olistiche – per es. il movimento o l’ascolto –, la figura dell’interprete ne sarebbe la prova vivente.


A proposito delle capacità di controllo delle due professioniste intervistate, Geoff Watts ironizza sul senso di controllo da lui percepito nonostante le due intrepreti, in quanto tali, non abbiano alcun controllo su una serie di fattori, dalle insidie linguistiche di un messaggio altrui all’eccessiva velocità di eloquio, per non parlare della fatica accumulata per lo stress o certe condizioni di lavoro (per es. l’uso di cabine non adeguate, problemi tecnici o, ancora, l’interpretariato video o audio da remoto – che gli studi hanno dimostrato essere più faticoso, ma che dal 2020 sostituisce buona parte dei servizi di interpretariato in presenza) e la necessità di mantenere sempre l’attenzione vigile.


Tra le strategie menzionate nell’articolo per ovviare alle difficoltà poste dall’interpretazione simultanea, quella più affascinante – corroborata da un esperimento condotto all’Università di Trieste vent’anni fa – è la capacità di anticipazione che velocizza il processo messo a punto dall’interprete e si affina con l’esperienza sul campo. A tale proposito, Geoff Watts riporta la testimonianza di un’altra interprete da lui intervistata: “Per me è automatico prevedere la fine di una frase, indipendentemente dal mio interlocutore o dal contesto in cui mi trovo. Non aspetto mai che la completi. Molti interpreti come me lo sanno bene dalla propria esperienza con coniugi e figli: ‘Non mi lasci mai finire…’. Ed è vero: finiamo sempre per interrompere”. (Traduzione nostra)


Un aneddoto, questo, che non può che far sorridere tutti coloro che, come la sottoscritta, hanno anche solo dedicato parte degli studi all’interpretazione simultanea: quante volte sono stata rimproverata per aver interrotto il mio interlocutore nel tentativo di prevederne il messaggio! Una magra consolazione forse per chi ha deciso di dedicarsi ad altro – e, a proposito delle capacità multitasking insite in un interprete, molto altro! – lasciando ai veri professionisti, queste beautiful minds, il difficile ma affascinante compito di tradurre simultaneamente da una lingua (e una cultura) all’altra con tale disinvoltura.

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